sabato 11 marzo 2017

Bosozoku.... le Moto Giapponesi




Per Wolfland da Jovan Stradeinmoto
È un dato di fatto, l’espressione “biker” evoca immediatamente un ben preciso modello comportamentale e stilistico, di matrice tanto indiscutibilmente quanto orgogliosamente americana. Si tratta di un modello ormai definitivamente consolidato nell’immaginario collettivo mondiale con tutto il suo corredo di cliché, valorizzato nei decenni dalla potenza suggestiva della cinematografia made in USA fino ad assumere i contorni epici che ancora oggi lo rendono attraente per notevoli masse di motociclisti.

Vi siete mai chiesti, però, se c’è dell’altro?

Voglio dire, il fenomeno biker, la scelta di vivere in motocicletta, di entrare in un club guadagnandosi dei “colori” e stringere un patto irresolubile di fratellanza con altri motociclisti, è una cosa necessariamente americana? Con la conseguenza che tutti “gli altri” sarebbero destinati a rimanere per sempre solo degli emuli? Oppure alla base di questi comportamenti c’è qualcosa di più antropologico ed universale, meno legato alla storia degli USA, che magari è emerso anche altrove? Vi siete mai chiesti se personalizzare una motocicletta con lunghe forcelle e manubri a corna di bue -oppure drag bars- sia l’unica forma di “custom” che sia mai stata pensata? Beh… so cosa state rimuginando. Certamente no: il movimento hipster degli ultimi anni ha riportato in auge la cultura Rocker degli anni ‘60 e con essa le “café rafer”, motociclette stradali customizzate in versione corsaiola, mentre tutti i più accaniti inseguitori delle mode hanno colto l’occasione per documentarsi circa la storia romantica del Club ‘59, dei Ton Up Boys, dell’ACE Café, degli scontri con i Mods a Brighton. Dunque, anche nella vecchia Europa, e precisamente in Inghilterra, più o meno negli stessi anni che videro nascere i grandi MC americani, esisteva un movimento motociclistico -invero scaturito da istanze sociali molto differenti- che da un lato presentava parecchie caratteristiche comuni ai parenti d’oltreoceano, mentre dall’altro aveva sviluppato una cifra stilistica propria, del tutto originale, salvo marginali contaminazioni. Vero, verissimo, ma ci troviamo ancora nel mondo anglosassone.E se spingessimo lo sguardo molto, molto più lontano, verso una civiltà completamente diversa da quella americana, come quella giapponese? Sorpresa:

anche in Giappone, sin dagli stessi anni dei fatti di Hollister, esiste un fenomeno biker, sia pure declinato in una forma del tutto peculiare: parliamo di Bosozoku.



Il termine Bosozoku indica una subcultura giovanile della società giapponese molto affine al fenomeno biker; letteralmente Bosozoku significa “tribù della velocità sfrenata”. I Bosozoku erano in origine gangs organizzate di motociclisti che scorazzavano per le vie cittadine, rendendosi protagoniste di atti di teppismo o comunque violando ostentatamente la legge nei modi più vari. Il fenomeno -inizialmente chiamato Kaminari zoku- nacque nell’immediato dopoguerra; i

 componenti delle bande erano adolescenti di bassa estrazione sociale, pregni di spirito ribelle e desiderosi di una qualche forma di riconoscimento sociale e di rivalsa, sprezzanti dell’autorità e dediti alla vita spericolata ed alle corse in moto. I “bikers” Bosozoku affermavano di essere gli eredi morali dei piloti kamikaze, di cui avevano adottato il modo di vestire.


Purtroppo accadeva spesso che i ragazzi -una volta raggiunta l’età propriamente adulta- lasciavano la gang di origine per affiliarsi alla Yakuza, la mafia giapponese.



Ciò che di più interessante ha prodotto il fenomeno Bosozoku è uno stile di customizzazione del tutto peculiare, assai lontano sotto il profilo estetico dagli stilemi occidentali. Le moto, per quanto possibile di grossa cilindrata e comunque sempre “truccate”, venivano ornate di simboli militari e dalla bandiera imperiale giapponese (il “patriottismo” è un tema particolarmente caro anche ai bikers americani). La linea della moto veniva sviluppavata molto in verticale, con l’adozione di vistosi e coloratissimi cupolini che si protendevano verso l’alto e lunghissime spalliere per il passeggero. Scarichi aperti e clackson multitonali completavano la personalizzazione insieme ad una verniciatura sempre estremamente vistosa.



Si tratta di uno stile che rispecchia un gusto assai diverso da quello occidentale, ed infatti non sembra aver trovato proseliti al di qua del Pacifico.



L’arrivo del nuovo millennio decretò una forte crisi per il movimento Bosozoku: una decisa repressione da parte della polizia verso le intemperanze dei giovani motociclisti e la crisi economica del Paese -in seguito alla quale comprare e customizzare la moto ed acquistare l’abbigliamento necessario divenne insostenibile per un giovane non benestante- ne furono i principali motivi.



Nonostante tutto, le gangs Bosozoku esistono ancora oggi, per quanto evolute in forme molto più soft: si tratta ormai di gruppi di adulti accomunati dalla passione per le moto e ben forniti dell’indispensabile potere di acquisto, rispettosi della legge e del tutto estranei ad attività illegali.



FRANKO BASETTA, l’ultimo Bosozoku italiano.



Parlando di cultura Bosozoku e trovandoci nell’italico stivale, anzi meglio, nell’assolata Sicilia, non possiamo esimerci dal fare un cenno a colui che probabilmente è l’unico biker Bosozoku in Italia. Famoso customizer tra la fine degli anni novanta e i primi duemila, con la sua gloriosa azienda Wheels of Fire, Franko Basetta fu presente su diverse prestigiose riviste di settore con alcune splendide realizzazioni custom, prevalentemente su base made in Japan. Conclusi gli anni novanta, e dopo il declino commerciale del custom american style che ne seguì nei primi anni duemila, Franko Basetta abbandonò l’attività di customizer commerciale per coltivare privatamente la sua vera passione: le moto e la cultura del Sol Levante. Non esiste in Sicilia orientale motociclista che non sappia chi è Franko Basetta. Il suo motto, da lui stesso coniato, racchiude in pochissime parole la sua romantica visione del mondo in generale e della moto in particolare: “Io non cavalco leggende.”.





A ben vedere, la Motocicletta ha stimolato in tutto il mondo industrializzato la nascita di fenomeni associativi spontanei, imperniati sulla comunanza di stile di vita, fenomeni tutti ascrivibili, ciascuno con le sue peculiarità, alla categoria biker. Se i gilet di pelle con i rockers attaccati dietro sono certamente proprietà intellettuale degli USA, non v’è dubbio che il fenomeno sub culturale dei bikers -comunque li si chiami nelle loro varie declinazioni locali- scaturisce da istanze antropologiche universali.




Jovan Stradeinmoto
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